Understanding the Role of it in IBD Bacteria

Scopri quali batteri sono collegati alla IBD e come influenzano la condizione. Approfonda nelle ultime scoperte per comprendere e gestire meglio la malattia infiammatoria intestinale oggi.

What bacteria is associated with IBD

Questo articolo offre una panoramica chiara e aggiornata su quali batteri sono associati all’IBD (malattie infiammatorie croniche intestinali) e perché il microbiota conta nella gestione del proprio benessere intestinale. Scoprirai come i batteri intestinali possono contribuire all’infiammazione, quali specie sono più spesso collegate alle riacutizzazioni, quali sono considerate protettive, e come interpretare la variabilità individuale. Infine, vedrai in che modo l’analisi del microbioma può fornire informazioni utili per comprendere squilibri nascosti e personalizzare le strategie di cura insieme al medico. In breve: capire i batteri associati all’IBD aiuta a leggere meglio i segnali del corpo e a prendere decisioni più informate.

1. Spiegazione di base dell’IBD e del suo legame microbico

1.1 Che cos’è l’IBD? Una panoramica

Le malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD) comprendono principalmente il morbo di Crohn e la colite ulcerosa. Si tratta di condizioni caratterizzate da un’infiammazione persistente del tratto gastrointestinale, con sintomi comuni come diarrea cronica, dolore o crampi addominali, urgenza evacuativa, sangue nelle feci (soprattutto nella colite ulcerosa), perdita di peso e affaticamento. L’IBD può alternare fasi di remissione e riacutizzazioni, influenzando la qualità della vita, l’assorbimento dei nutrienti e, talvolta, la salute extraintestinale (articolazioni, cute, occhi). Le cause sono multifattoriali: predisposizione genetica, risposta immunitaria alterata, fattori ambientali e, come evidenziano numerosi studi, cambiamenti nella comunità di batteri intestinali.

1.2 Il ruolo dei batteri intestinali nell’IBD

Il nostro intestino ospita trilioni di microrganismi (microbiota intestinale), che cooperano nella digestione di fibre e polifenoli, nella produzione di vitamine e metaboliti (come gli acidi grassi a catena corta), nel mantenimento della barriera mucosa e nella modulazione del sistema immunitario. In condizioni di equilibrio, i batteri intestinali contribuiscono alla tolleranza immunitaria e limitano l’infiammazione. Nell’IBD, tuttavia, la composizione e le funzioni della comunità batterica spesso cambiano (disbiosi): aumentano batteri potenzialmente pro-infiammatori e diminuiscono specie considerate protettive. Questa alterazione può influenzare l’attivazione delle cellule immunitarie (per esempio, il circuito IL‑23/Th17), la permeabilità della barriera intestinale e la produzione di metaboliti antinfiammatori, contribuendo a mantenere l’infiammazione nel tempo.

2. Perché conoscere i batteri dell’IBD è importante per la salute intestinale

2.1 L’impatto degli squilibri batterici sulla funzione intestinale

La disbiosi descrive uno squilibrio tra gruppi batterici benefici e potenzialmente dannosi. Nell’IBD, diversi studi riportano una riduzione della diversità microbica complessiva, un calo di batteri produttori di butirrato (un acido grasso a catena corta che nutre i colonociti e sostiene la barriera mucosa) e un incremento di Proteobacteria, gruppo che comprende molte specie opportunistiche. Questo spostamento può alterare la produzione di metaboliti immunomodulanti, la degradazione del muco e la resistenza all’attecchimento di patobionti (batteri commensali che in particolari condizioni possono promuovere infiammazione). Di conseguenza, la barriera epiteliale può diventare più “permeabile” e il sistema immunitario locale può essere attivato più facilmente.

2.2 Sintomi, segnali e implicazioni cliniche degli squilibri microbici

La disbiosi può manifestarsi con sintomi sovrapponibili a quelli dell’IBD, come diarrea, dolore addominale, meteorismo, senso di urgenza e affaticamento. Oltre ai sintomi classici, segnali indiretti possono includere intolleranze alimentari nuove o peggiorate, maggiore sensibilità a cambiamenti dietetici, recuperi lenti dopo infezioni gastrointestinali o una risposta atipica ad alcuni cibi ricchi di fibra fermentescibile. È importante ricordare che sintomi simili possono essere causati da condizioni diverse (per esempio, sindrome dell’intestino irritabile, infezioni, celiachia); per questo, conoscere lo stato del proprio microbiota può aiutare a inquadrare meglio il contesto, senza sostituire gli esami clinici necessari.


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3. Variabilità e incertezza nel contributo dei batteri all’IBD

3.1 Una composizione del microbiota che varia da persona a persona

Non esiste un “unico” profilo di microbiota tipico di IBD valido per tutti. La composizione batterica è influenzata da genetica, dieta, stili di vita, esposizioni ambientali, farmaci (per esempio, antibiotici, inibitori di pompa protonica), età e persino area geografica. Due persone con la stessa diagnosi possono avere microbiomi molto diversi, con set distinti di batteri aumentati o ridotti. Questa variabilità rende complesso stabilire schemi universali, ma mette in risalto l’importanza di una lettura personalizzata del proprio ecosistema intestinale e del suo potenziale legame con l’infiammazione.

3.2 Perché i soli sintomi non identificano la causa

Dolore, diarrea, gonfiore e urgenza sono comuni a molte condizioni intestinali e non indicano da soli quali batteri siano coinvolti o quale meccanismo biologico sia dominante (barriera, sistema immunitario, metaboliti). Basarsi esclusivamente sui sintomi può portare a semplificazioni o a ipotesi sbagliate. Senza indizi sulla composizione e sulle funzioni del microbiota, è difficile distinguere tra un flare guidato da patobionti, un’alterata produzione di metaboliti benefici o un’ipersensibilità post-infezione. Un approccio integrato che includa valutazioni cliniche, esami specifici e potenzialmente un’analisi del microbioma aiuta a comporre il quadro in maniera più accurata.

4. Il microbiota intestinale nell’IBD: come gli squilibri contribuiscono alla malattia

4.1 Batteri specifici collegati a sviluppo e riacutizzazioni

Diversi studi hanno associato alcune specie al rischio o alla persistenza di infiammazione nell’IBD. Tra i batteri più frequentemente segnalati come aumentati figurano componenti delle Proteobacteria, inclusi ceppi di Escherichia coli con fenotipo aderente-invasivo (AIEC) che si attaccano all’epitelio e possono invadere le cellule, promuovendo risposte infiammatorie. Anche Desulfovibrio spp. (riduttori di solfato) sono stati osservati più spesso in contesti pro-infiammatori, potenzialmente per via dei loro metaboliti (come il solfuro di idrogeno) in grado di alterare la mucosa. Altri taxa associati a condizioni infiammatorie includono Ruminococcus gnavus, Enterococcus faecalis, Klebsiella spp., Campylobacter concisus e, in alcuni studi, Fusobacterium nucleatum.

Al contrario, specie considerate protettive tendono a ridursi nell’IBD. Faecalibacterium prausnitzii è uno dei produttori di butirrato più studiati, spesso diminuito in Crohn e colite ulcerosa; la sua carenza è stata collegata a peggiore controllo dell’infiammazione. Anche Roseburia spp. ed Eubacterium rectale, altri produttori di butirrato, risultano frequentemente ridotti. Bifidobacterium e Lactobacillus, pur variabili da persona a persona, sono in genere ritenuti benefici per la stabilità ecosistemica; Akkermansia muciniphila, legata all’integrità del muco, mostra un quadro più complesso nell’IBD, con risultati non sempre concordi tra sottotipi di malattia e fasi cliniche.


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4.2 Interruzione dell’equilibrio e progressione della malattia

La disbiosi può innescare un circolo vizioso. La riduzione di batteri produttori di acidi grassi a catena corta (SCFA), in particolare butirrato, priva l’epitelio intestinale di una fonte energetica e di segnali antinfiammatori essenziali (per esempio, promozione delle cellule T regolatorie e rafforzamento delle giunzioni serrate). L’aumento di patobionti può stimolare pattern di riconoscimento immunitario (TLR/NOD) e attivare vie pro-infiammatorie. Alterazioni nel metabolismo degli acidi biliari e del muco possono a loro volta cambiare l’ecosistema, favorendo specie opportunistiche. Fattori esterni come dieta povera di fibre, ricca di grassi saturi o emulsionanti, stress psicosociale, fumo (che peggiora in genere il Crohn) e uso ripetuto di antibiotici possono amplificare questi squilibri.

Inoltre, la genetica dell’ospite conta: varianti in geni come NOD2 o ATG16L1, coinvolti nel riconoscimento dei microbi e nell’autofagia, possono alterare la relazione ospite-microbioma. Il risultato è una maggiore suscettibilità all’attivazione immunitaria in risposta a segnali microbici altrimenti tollerati. Questa interazione dinamica tra batteri, dieta, ambiente e genetica aiuta a spiegare perché l’andamento dell’IBD sia così eterogeneo da persona a persona.

5. Come il test del microbioma offre informazioni utili nell’IBD

5.1 Che cosa può rivelare un’analisi del microbioma nel contesto dell’IBD

Un test del microbioma può descrivere la composizione batterica (quali gruppi sono presenti e in che abbondanza relativa) e la diversità complessiva, due dimensioni spesso alterate nell’IBD. A seconda della tecnologia (16S rRNA o metagenomica shotgun), l’analisi può anche suggerire potenziali funzioni metaboliche, come la capacità di produrre butirrato o di metabolizzare acidi biliari. In alcuni casi, l’interpretazione include l’evidenza di sovraccarico di patobionti noti o la carenza di taxa ritenuti benefici. Queste informazioni non sostituiscono la diagnosi clinica, ma aiutano a contestualizzare sintomi e andamento della malattia con dati biologici personali.

5.2 I vantaggi rispetto ai soli approcci diagnostici tradizionali

Endoscopia, biopsie, esami del sangue e feci (come calprotectina fecale) sono fondamentali per la diagnosi e il monitoraggio dell’IBD. L’analisi del microbioma aggiunge una prospettiva complementare: permette di comprendere il “paesaggio” microbico individuale, di individuare possibili squilibri non evidenti dai soli sintomi, e di osservare come il microbiota risponde nel tempo a interventi dietetici o terapie. In pazienti con quadri sfumati o con sintomi persistenti nonostante trattamenti adeguati, i dati microbiologici possono orientare ipotesi su leve modificabili dello stile di vita o dell’alimentazione da discutere con il team clinico.

5.3 Limiti e considerazioni sull’interpretazione

È essenziale considerare le limitazioni. I test del microbioma offrono una “fotografia” in un momento specifico: il microbiota è dinamico e influenzato da dieta recente, viaggi, farmaci, infezioni. Le metodologie di laboratorio e i database di riferimento possono differire tra laboratori, influenzando la comparabilità dei risultati. La presenza o l’assenza di un batterio non equivale a causa o cura, e la sola composizione non sempre predice i sintomi. Per questi motivi, i risultati vanno interpretati con cautela e, se possibile, insieme a professionisti sanitari, come complemento di un iter diagnostico strutturato.

Se desideri esplorare il tuo ecosistema intestinale in modo educativo e ricevere un quadro personalizzato, valuta un’analisi del microbioma intestinale come strumento informativo a supporto del dialogo con il tuo medico.

6. Chi dovrebbe considerare un’analisi del microbioma?

6.1 Persone con IBD o sospetto squilibrio intestinale

Chi convive con Crohn o colite ulcerosa e presenta sintomi persistenti o difficoltà a stabilizzare la remissione può trarre beneficio da dati aggiuntivi sul proprio microbiota. Un profilo batterico personalizzato può suggerire aree di attenzione (per esempio, bassa diversità, ridotta presenza di produttori di butirrato, aumento di patobionti) che, condivise con il team clinico, possono stimolare interventi mirati e realistici.

6.2 Persone con disturbi gastrointestinali ma senza diagnosi confermata

In presenza di sintomi gastrointestinali non specifici, un test del microbioma non fa diagnosi, ma può offrire spunti su eventuali squilibri. Ciò è particolarmente utile quando gli esami standard sono in parte inconcludenti o quando si sospetta che dieta, farmaci o stress stiano modificando la flora. Queste informazioni possono orientare strategie prudenti e graduali, sempre con guida professionale.

6.3 Persone interessate a ottimizzare la salute intestinale

Non è necessario avere una diagnosi di IBD per interrogarsi sulla propria salute intestinale. Un’analisi del microbioma può aiutare chi desidera monitorare l’effetto di cambiamenti alimentari, periodi di stress o cicli antibiotici e capire come ristabilire l’equilibrio microbico nel tempo.

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7. Quando ha senso testare il microbioma?

7.1 Situazioni in cui il test offre maggiore chiarezza

Il test può essere utile quando i sintomi sono sovrapponibili tra più condizioni, quando i risultati clinici non spiegano appieno l’esperienza del paziente, oppure per monitorare l’evoluzione del microbiota dopo modifiche della dieta o durante la terapia. Ripetere l’analisi a distanza di mesi può mostrare tendenze e stabilità o instabilità dell’ecosistema, offrendo una traccia oggettiva dei cambiamenti.

7.2 Integrare i dati del microbioma con diagnosi e terapia

I dati del microbioma dovrebbero essere interpretati come complemento di endoscopia, imaging, istologia, marcatori fecali e valutazione clinica globale. Insieme al medico o al nutrizionista, è possibile valutare se puntare su interventi personalizzati come modifiche alimentari graduali (ad esempio, qualità e quantità di fibre), strategie probiotiche o, in casi selezionati, riconsiderare l’uso di antibiotici. L’obiettivo è tradurre i dati in scelte sostenibili e verificabili nel tempo, evitando cambiamenti drastici non supportati da evidenze.

Se stai cercando uno strumento informativo per comprendere meglio il tuo profilo batterico, puoi valutare il test del microbioma come parte di un approccio integrato alla salute intestinale.

8. Collegare i puntini: comprendere il proprio microbioma

Capire “quali batteri sono associati all’IBD” è utile, ma ancora più utile è comprendere come il proprio profilo personale si colloca rispetto a quegli schemi. La biologia intestinale è altamente individuale: due persone con la stessa diagnosi possono rispondere in modo opposto allo stesso alimento o integratore in funzione di differenze microbiche di base. Un approccio guidato dai dati, insieme alle valutazioni cliniche, offre una bussola per evitare tentativi casuali e per identificare leve realistiche di miglioramento. Il risultato è una gestione più consapevole, che tiene conto sia dei meccanismi generali dell’IBD sia delle specificità della propria ecologia intestinale.

9. Riconoscere l’incertezza: cosa sappiamo e cosa no

Nonostante i progressi, restano domande aperte: quali alterazioni microbiche sono causa e quali conseguenza dell’infiammazione? In che misura il ripristino di specifici taxa o funzioni metaboliche si traduce in benefici clinici duraturi? Quanto pesano dieta, stress e farmaci nella traiettoria individuale? Essere consapevoli di queste incertezze favorisce scelte più prudenti e attese realistiche. Al tempo stesso, la ricerca continua a chiarire i tasselli del puzzle, migliorando gli strumenti disponibili per la valutazione del microbioma e l’integrazione con i percorsi clinici.

10. Dalla teoria alla pratica: suggerimenti prudenti e considerazioni

- Evita conclusioni affrettate basate su un singolo risultato: il microbiota è dinamico.
- Non sostituire il follow-up clinico con indicazioni non validate: il test è uno strumento informativo, non una diagnosi.
- Valuta cambiamenti alimentari graduali e monitorabili (per qualità e tollerabilità delle fibre, varietà vegetale, equilibrio dei grassi).
- Considera l’effetto dei farmaci sulla flora (per esempio, antibiotici e IPP) e discuti con il medico possibili alternative o strategie di mitigazione quando appropriate.
- Integra i dati del microbioma con sintomi, esami e indicatori oggettivi (calprotectina, markers ematici, endoscopia) per un quadro completo.

11. Bacteria e IBD: esempi di meccanismi biologici rilevanti

- Barriera mucosa ed epiteliale: batteri come Akkermansia muciniphila interagiscono con lo strato di muco; un eccesso o difetto di mucinolitici può destabilizzare la protezione della mucosa.
- Metaboliti: i produttori di butirrato (Faecalibacterium, Roseburia, Eubacterium rectale) sostengono l’epitelio e promuovono Treg; la loro riduzione è associata a maggiore infiammazione.
- Patobionti e immunità: E. coli AIEC, Desulfovibrio e Klebsiella possono guidare risposte pro-infiammatorie via TLR/NOD, aumentando citochine come IL‑6, IL‑1β e IL‑23, e attivando Th17.
- Bile e pH: alterazioni nel metabolismo degli acidi biliari possono selezionare batteri diversi e influenzare il pH locale e la crescita dei patogeni.
- Interazione gene-ambiente: varianti NOD2/ATG16L1 influenzano il riconoscimento microbico e l’autofagia, modulando la tolleranza immunitaria.

12. Perché i sintomi non bastano a svelare la causa

La stessa diarrea può essere dovuta a un eccesso di osmoli, a infiammazione attiva, a scarsa produzione di SCFA o a disfunzioni della barriera; il gonfiore può derivare da fermentazioni alterate o da ipersensibilità viscerale. Senza informazioni su quali batteri e quali funzioni siano coinvolti, gli interventi rischiano di essere generici. L’analisi del microbioma, pur con i suoi limiti, può suggerire se si è di fronte a un calo marcato di produttori di butirrato, a una crescita di Proteobacteria o a un profilo di scarsa diversità che potrebbe beneficiare di strategie mirate e progressivamente verificate.

13. Cosa può mostrarti concretamente un test del microbioma

- Diversità alfa: quanto è variegata la tua comunità batterica (spesso ridotta nell’IBD).
- Abbonanze relative: quali taxa sono in eccesso o in difetto rispetto a popolazioni di riferimento.
- Potenziale funzionale: stime della capacità di produrre butirrato/propionato, di metabolizzare polisaccaridi o acidi biliari.
- Segnali di disbiosi: possibile espansione di Proteobacteria o presenza aumentata di patobionti noti.
- Monitoraggio nel tempo: confronto tra profili a distanza di mesi per valutare stabilità o risposta a interventi.


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14. Chi può beneficiarne di più

- Persone con IBD che vogliono capire come i propri batteri si relazionano ai sintomi e alla risposta ai trattamenti.
- Individui con sintomi gastrointestinali persistenti e valutazioni cliniche non definitive, alla ricerca di indizi complementari.
- Chi sta apportando cambiamenti dietetici o di stile di vita e desidera misurare l’impatto sul microbiota.
- Persone che hanno fatto cicli recenti di antibiotici o che usano regolarmente farmaci che possono alterare la flora e desiderano monitorarne gli effetti.

15. Cosa aspettarsi dopo il test

Un referto informativo del microbioma non fornisce “ricette” standard uguali per tutti. Piuttosto, offre una mappa: punti di forza (ad esempio buona presenza di produttori di SCFA), aree di attenzione (bassa diversità, eccesso di opportunisti), ipotesi da considerare (tolleranza a specifiche fibre, ruolo di alimenti fermentati, timing dei pasti), priorità per interventi graduali e verificabili. Insieme a un professionista, questi dati possono essere tradotti in obiettivi realistici, evitando semplificazioni eccessive o promesse non supportate.

16. Conclusioni: comprendere i batteri associati all’IBD per decisioni più consapevoli

Conoscere i batteri associati all’IBD e i meccanismi con cui possono influenzare l’infiammazione aiuta a interpretare meglio i sintomi e a discutere con il medico scelte più mirate. I sintomi, da soli, raramente raccontano l’intera storia: la biologia intestinale è complessa, e il microbiota varia molto tra individui. Un’analisi del microbioma, integrata con gli esami clinici, può portare alla luce squilibri nascosti e offrire un punto di partenza per interventi personalizzati. Non si tratta di una soluzione o di una diagnosi, ma di uno strumento per colmare il divario tra percezioni soggettive e dati biologici, sostenendo una gestione più informata e responsabile dell’IBD.

Per chi desidera ottenere una fotografia oggettiva e personalizzata del proprio ecosistema intestinale, è disponibile il test del microbioma di InnerBuddies, da integrare sempre nel percorso clinico e nel confronto con i professionisti della salute.

Takeaway principali

  • L’IBD coinvolge una complessa interazione tra immunità, genetica, ambiente e microbiota intestinale.
  • Nell’IBD si osserva spesso disbiosi: calo di produttori di butirrato e aumento di batteri opportunistici.
  • Specie come E. coli AIEC, Desulfovibrio e Ruminococcus gnavus sono state associate a contesti pro-infiammatori.
  • Faecalibacterium prausnitzii, Roseburia ed Eubacterium rectale tendono a diminuire e sono considerate protettive.
  • I sintomi da soli non identificano le cause: servono dati integrati per decisioni più mirate.
  • L’analisi del microbioma offre una mappa personale di composizione, diversità e potenziale funzionale.
  • I risultati vanno interpretati con cautela e insieme a professionisti sanitari.
  • Monitoraggi nel tempo aiutano a valutare l’effetto di dieta, farmaci e stile di vita sul microbiota.
  • Ogni microbioma è unico: gli interventi efficaci sono spesso quelli personalizzati e graduali.
  • Lo scopo non è diagnosticare, ma comprendere meglio per gestire in modo più consapevole l’IBD.

Domande e risposte

1) Quali batteri sono più spesso associati all’IBD?
R: Studi riportano un aumento di Proteobacteria e di patobionti come E. coli AIEC, Desulfovibrio e Ruminococcus gnavus. Allo stesso tempo, si osserva una riduzione di produttori di butirrato come Faecalibacterium prausnitzii e Roseburia.

2) I batteri “cattivi” causano l’IBD?
R: È improbabile che un singolo batterio causi l’IBD. Piuttosto, una combinazione di predisposizione genetica, risposta immunitaria e disbiosi contribuisce allo sviluppo e al mantenimento dell’infiammazione.

3) Un test del microbioma può diagnosticare l’IBD?
R: No. La diagnosi di IBD richiede valutazione clinica, endoscopia, biopsie e altri esami. L’analisi del microbioma fornisce informazioni complementari sulla composizione e sulle funzioni batteriche.

4) Come influisce la dieta sul microbiota nell’IBD?
R: La dieta modula rapidamente la flora. Fibre diverse alimentano gruppi differenti di batteri; diete povere di fibre e ricche di grassi saturi possono ridurre la diversità e favorire patobionti, anche se la risposta è molto individuale.

5) Gli antibiotici peggiorano sempre l’IBD?
R: Gli antibiotici possono alterare profondamente il microbiota e talvolta scatenare disbiosi; tuttavia, in contesti selezionati possono essere utili su indicazione medica. La decisione è sempre personalizzata.

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6) I probiotici sono utili per tutti i pazienti con IBD?
R: Non esiste una risposta unica. Alcuni ceppi possono aiutare in sottogruppi di pazienti o in specifiche fasi, ma l’efficacia varia e dipende dalla situazione individuale e dal ceppo utilizzato.

7) Che cosa significa ridotta diversità del microbiota?
R: Indica un ecosistema con meno specie e potenzialmente meno resiliente. Nell’IBD si associa spesso a maggiore instabilità funzionale e suscettibilità alle riacutizzazioni.

8) È utile ripetere il test del microbioma nel tempo?
R: Sì, può aiutare a valutare la direzione dei cambiamenti dopo interventi su dieta o terapia. Un singolo test è una fotografia; confronti longitudinali mostrano tendenze.

9) Che ruolo hanno gli acidi grassi a catena corta (SCFA) nell’IBD?
R: SCFA come il butirrato nutrono le cellule del colon e hanno effetti antinfiammatori. La riduzione dei produttori di SCFA è una caratteristica frequente nell’IBD.

10) Lo stress può alterare i batteri intestinali?
R: Sì, attraverso vie neuroendocrine e immunitarie lo stress può influenzare permeabilità, motilità e composizione del microbiota, e alcuni pazienti riferiscono peggioramenti in periodi stressanti.

11) Il fumo influisce in modo diverso su Crohn e colite ulcerosa?
R: Il fumo è associato a esiti peggiori nel morbo di Crohn, mentre nella colite ulcerosa l’effetto è più complesso e non protettivo sul lungo termine per la salute generale. Smettere di fumare è consigliato.

12) Posso usare i risultati del mio test per cambiare subito dieta?
R: È preferibile discutere i risultati con un professionista. Interventi graduali e monitorati sono più sicuri ed efficaci rispetto a cambiamenti drastici basati su interpretazioni isolate.

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