What is a gut microbiome test for IBS? - InnerBuddies

Understanding it: The Role of the gut microbiome test in IBS diagnosis

Scopri come un test del microbioma intestinale può aiutare a identificare squilibri collegati alla IBS e guidare opzioni di trattamento personalizzate. Scopri cosa aspettarti e come questo innovativo test può migliorare la tua salute digestiva oggi.
Il gut microbiome test può aiutare a capire se squilibri della flora intestinale sono associati ai sintomi della sindrome dell’intestino irritabile (IBS), guidando scelte più mirate su dieta, probiotici e stile di vita. In questo articolo spieghiamo come funziona il test, quali biomarcatori valuta, cosa può (e non può) dire sull’IBS e come usare i risultati in modo pratico con il supporto del medico. Vedrai quando conviene farlo, come leggere i report senza cadere in interpretazioni azzardate, e quali cambiamenti personalizzati possono migliorare gonfiore, alvo irregolare e dolore addominale. L’obiettivo è fornire una guida chiara e scientifica per decidere se e come integrare un gut microbiome test nel tuo percorso di benessere intestinale.

Quick Answer Summary

  • Il gut microbiome test non diagnostica l’IBS, ma identifica disbiosi e pattern batterici associati ai sintomi (gonfiore, diarrea/stitichezza, dolore).
  • È utile per personalizzare dieta (es. fibre, FODMAP), probiotici, prebiotici e altre strategie mirate, con monitoraggio nel tempo.
  • Valuta diversità microbica, batteri produttori di SCFA, gas (metano), metabolismo dei biliari e altri indicatori funzionali.
  • Nei fenotipi IBS-C si osservano spesso metanogeni elevati; negli IBS-D, potenziali produttori di solfuro e alterazioni degli acidi biliari.
  • È un test complementare: la diagnosi di IBS resta clinica (criteri di Roma) ed esclude patologie organiche.
  • Un report chiaro supporta decisioni condivise con il medico e il nutrizionista e riduce il trial-and-error.
  • Ripetere il test dopo interventi mirati valuta la risposta e aiuta a stabilizzare i risultati.
  • Soluzioni affidabili includono kit a domicilio e report con indicazioni pratiche, come il test del microbioma InnerBuddies.

Introduzione

La sindrome dell’intestino irritabile (IBS) è un disturbo funzionale molto comune, caratterizzato da dolore addominale ricorrente associato ad alterazioni dell’alvo (stitichezza, diarrea o alternanza) e a sintomi come gonfiore, meteorismo e urgenza. Nonostante non sia una patologia “organica” visibile con una colonscopia, l’IBS impatta fortemente la qualità di vita e spesso costringe chi ne soffre a strategie empiriche, fra cambi di dieta e integratori provati per tentativi. Negli ultimi anni, la ricerca ha evidenziato un legame tra microbiota intestinale e IBS: non una causa unica o lineare, ma una trama di interazioni tra batteri, sistema immunitario, barriere mucose, motilità e sensibilità viscerale. In questo contesto nasce l’interesse per il gut microbiome test, un esame che analizza il DNA microbico nelle feci per mappare composizione e funzioni della comunità batterica. La domanda chiave è: può aiutare davvero nella diagnosi e nella gestione dell’IBS? La risposta breve è che il test non sostituisce la valutazione clinica, ma può aggiungere dati utili per personalizzare l’approccio terapeutico. Per esempio, alcune firme microbiche sono associate a IBS con predominanza di stipsi (IBS-C), come la maggiore abbondanza di archei metanogeni, che contribuiscono all’eccesso di metano e alla rallentata motilità. Al contrario, nel fenotipo con diarrea (IBS-D) compaiono più frequentemente batteri potenzialmente produttori di solfuro di idrogeno e alterazioni nel metabolismo degli acidi biliari, legate a transito accelerato e irritazione mucosa. Anche la ridotta diversità e l’insufficiente produzione di acidi grassi a catena corta (SCFA) possono contribuire a gonfiore, dolore e sensibilizzazione. In questo articolo spieghiamo come funziona il test, quali biomarcatori leggere, come interpretare i risultati senza cadere in determinismi, e come tradurli in scelte di dieta, probiotici, prebiotici e stile di vita supportate da evidenze. Illustreremo quando conviene eseguire un test del microbioma intestinale, cosa aspettarsi dal report, come usarlo con il proprio medico (Roma IV/V restano i criteri diagnostici) e in che tempi ripeterlo per verificare l’efficacia degli interventi. L’obiettivo è darti strumenti chiari, realistici e scientifici per decidere se integrare il gut microbiome test nel tuo percorso e come farlo in modo efficace, evitando promesse miracolistiche e massimizzando i benefici concreti per il tuo benessere intestinale.

Che cos’è un gut microbiome test e perché conta nell’IBS

Un gut microbiome test è un’analisi del DNA microbico contenuto nel campione fecale, utilizzata per stimare quali microrganismi popolano il tuo intestino e quali funzioni metaboliche potrebbero svolgere. A differenza di una coltura batterica tradizionale, che rileva solo una porzione dei microrganismi in grado di crescere in condizioni di laboratorio, le tecniche moderne basate sul sequenziamento (come 16S rRNA o metagenomica shotgun) permettono di identificare in modo più ampio la comunità microbica, comprendendo batteri, archei e, in alcuni casi, funghi e virus. In relazione all’IBS, numerosi studi hanno rilevato pattern ricorrenti: ridotta diversità microbica in parte dei pazienti, alterazioni in taxa chiave coinvolti nella produzione di SCFA (come butirrato), maggiore presenza di archei metanogeni in IBS-C, e segnali di potenziali produttori di solfuro in IBS-D. È cruciale sottolineare che tali associazioni non sono deterministiche: due persone con IBS possono avere profili diversi e, viceversa, chi presenta un dato profilo non necessariamente sviluppa IBS. Tuttavia, come una mappa, il profilo microbico può aiutare a orientare le scelte personalizzate: se il report indica una bassa potenzialità di produzione di butirrato, si può valutare con il nutrizionista un incremento di fibre fermentabili selezionate (ad esempio amido resistente o arabinoxilani) e l’uso di probiotici o consorzi batterici che supportano la produzione di SCFA, monitorando la tolleranza ai FODMAP e la sintomatologia. Allo stesso modo, un’abbondanza elevata di archei metanogeni potrebbe far considerare interventi mirati a ridurre il metano (sempre con guida clinica), mentre segnali di eccesso di potenziali produttori di solfuro inducono a modulare specifici substrati alimentari e valutare probiotici ad hoc. Un altro ambito riguarda il metabolismo degli acidi biliari: alcune firme metagenomiche suggeriscono una conversione alterata che può contribuire a diarrea secretoria; qui, una strategia dietetico-terapeutica mirata, eventualmente con sequestranti di acidi biliari prescritti dal medico, può risultare utile. In sostanza, il gut microbiome test ha valore perché connette i sintomi a possibili meccanismi, trasformando tentativi generici in interventi più razionali. Non è un oracolo e non sostituisce gli esami necessari per escludere patologie (celiachia, IBD, infezioni, neoplasie), ma come strumento complementare può accelerare il percorso verso un controllo dei sintomi più solido e duraturo, specialmente se integrato con una consulenza nutrizionale e medica.

Come funziona il test del microbioma intestinale: dal campione al report

Il percorso tipico di un test del microbioma intestinale inizia a casa, con la raccolta di un piccolo campione fecale seguendo istruzioni igieniche e standardizzate. Il kit contiene un dispositivo di prelievo, un liquido conservante per stabilizzare il DNA e una busta preaffrancata o indicazioni per la spedizione. In laboratorio, il DNA microbico viene estratto e sequenziato. Due approcci principali sono usati: il sequenziamento del gene 16S rRNA, che mappa i batteri a livello principalmente di genere (talvolta specie), e la metagenomica shotgun, che legge l’intero DNA microbico con maggior risoluzione tassonomica e funzionale, stimando vie metaboliche (es. produzione di SCFA, trasformazione degli acidi biliari, potenziale di gasogenesi). Il report finale sintetizza indici di diversità (alfa/beta diversity), composizione relativa dei phyla e dei taxa principali, e punteggi funzionali. Per l’IBS, punti chiave da osservare includono: - diversità complessiva, spesso ridotta in sottogruppi IBS; - equilibrio tra produttori di butirrato (come alcuni Faecalibacterium, Roseburia, Eubacterium) e taxa opportunisti; - presenza e abbondanza relativa di archei metanogeni (Methanobrevibacter smithii) correlati a stipsi; - segnali di potenziali produttori di solfuro di idrogeno (es. Desulfovibrio, Fusobacterium) associati a sintomi tipo IBS-D; - profili di metabolizzazione dei carboidrati fermentabili (FODMAP) e capacità di cross-feeding tra ceppi; - indicatori sul metabolismo degli acidi biliari e del triptofano (che influenzano motilità, permeabilità e sensibilità viscerale). Un buon report non si limita a elencare nomi esotici ma traduce i dati in implicazioni pratiche: quali fibre privilegiare o limitare, che tipo di probiotici possono avere razionale (ceppo-specificità!), quali accorgimenti sulla tempistica dei pasti, l’uso graduale di prebiotici per evitare eccesso di gas e come impostare un piano di monitoraggio. È utile che il test offra spiegazioni chiare sul significato clinico dei punteggi e sul livello di evidenza. Inoltre, la ripetizione del test a 8-12 settimane dopo gli interventi mirati aiuta a capire se la direzione è corretta, evitando di perseverare in strategie poco efficaci. Soluzioni come il kit per il test del microbioma InnerBuddies integrano raccolta semplice, analisi ad alta qualità e indicazioni alimentari, consentendo di collegare biomarcatori e scelte pratiche senza perdere la supervisione clinica, ricordando che la diagnosi resta medica e basata sui criteri di Roma.

Cosa ci dice (e non ci dice) sul colon irritabile

Un test del microbioma intestinale non emette un “verdetto IBS”: non è un criterio diagnostico. La diagnosi di sindrome dell’intestino irritabile si fonda sulla storia clinica, sulla presenza di dolore addominale ricorrente associato a variazioni della frequenza/forma delle feci (criteri di Roma) e sull’esclusione di bandiere rosse (sangue nelle feci, perdita di peso non spiegata, anemia, febbre, familiarità per IBD/CRC) che richiedono indagini specifiche. Detto questo, il test può rivelare squilibri coerenti con i sintomi: una ridotta diversità può riflettere resilienza microbica inferiore e aumentata suscettibilità a stress dietetici o infiammatori di basso grado; una bassa potenzialità di produzione di butirrato può contribuire a alterata funzione di barriera e sensibilizzazione; l’eccesso di metano è associato a rallentato transito e costipazione; il profilo solfuro-produttore può irritare la mucosa e correlare con diarrea. Inoltre, pattern di degradazione dei FODMAP possono spiegare differenze individuali nella tolleranza a fruttani, galattani o polioli; sapere in anticipo che il proprio microbiota dispone di un’elevata capacità fermentativa per un certo substrato aiuta a impostare una riduzione selettiva invece di seguire diete restrittive globali per settimane. D’altra parte, il test non può prevedere con certezza la risposta clinica: molte variabili extra-microbiche (stress, sonno, ormoni, attività fisica, farmaci come antibiotici o IPP) influenzano i sintomi. Inoltre, il microbiota è dinamico: una fotografia puntuale non cattura tutte le oscillazioni. La precisione tassonomica dipende dalla metodologia (16S vs shotgun) e dall’architettura dei database; alcune funzioni sono inferite e non misurate direttamente. Infine, non bisogna confondere correlazione e causalità: che un microbo sia alterato non prova che sia il motore del sintomo; può essere un marcatore o un effetto. Per queste ragioni, il valore del test emerge quando è integrato in un percorso clinico-nutrizionale: si parte dalla diagnosi medica, si eseguono gli esami opportuni per escludere patologie organiche, quindi si utilizza il profilo microbico per scegliere interventi mirati con obiettivi, tempistiche e metriche (sintomi, Bristol stool scale, qualità di vita) ben definite. Il test del microbioma a domicilio trova il suo posto come strumento di precisione, non come scorciatoia, capace di ridurre il trial-and-error e di allineare aspettative realistiche con risultati misurabili.

Dalle disbiosi ai fenotipi di IBS: interpretare i risultati

Interpretare un report significa collegare numeri a meccanismi plausibili e a decisioni pratiche. Un primo indicatore è la diversità alfa: valori bassi suggeriscono un ecosistema meno robusto, potenzialmente più reattivo a perturbazioni alimentari o farmacologiche. Qui l’obiettivo è arricchire con fibre e polifenoli ben tollerati, variando le fonti in modo graduale per evitare eccesso di gas. Poi guardiamo ai produttori di SCFA, in particolare butirrato: se risultano sottorappresentati, è sensato valutare fibre come amido resistente di tipo 2/3, beta-glucani, arabinoxilani e pectine, modulando la quota di FODMAP in base ai sintomi. Un eccesso di archei metanogeni (Methanobrevibacter) suggerisce un contributo del metano alla stipsi; strategie includono ridurre substrati che favoriscono eccessiva metanogenesi, ottimizzare l’apporto di fibre insolubili/solubili ben tollerate, lavorare su ritmo intestinale, stress e, su indicazione medica, valutare terapie antimicrobiche o procinetiche. Nel profilo “sulfidrogeno-positivo” (maggiore abbondanza relativa di Desulfovibrio o di batteri che rilasciano solfuro da aminoacidi solforati), si esamina l’introito di alimenti ricchi di zolfo, si introducono probiotici e prebiotici che promuovono alternative metaboliche e si monitorano i sintomi su base settimanale, eventualmente con supporto farmacologico. Il metabolismo degli acidi biliari è un altro nodo: segnali di alterata conversione possono guidare l’uso, tramite il medico, di resine sequestranti e un piano dietetico adeguato di grassi e fibre. Altri moduli da considerare: - Enterotipi (Bacteroides vs Prevotella) che condizionano la risposta a pattern dietetici (es. maggiore risposta di Prevotella a diete ricche in fibre di cereali integrali); - Potenziale di degradazione del muco: squilibri richiedono attenzione a integrità di barriera, stress, sonno e timing dei pasti; - Tryptophan metabolism: vie indoliche possono modulare recettori AhR e tono mucosale; - Istamina e ammine biogene: alcune firme suggeriscono attenzione a cibi istamino-liberatori o fermentati, sempre evitando restrizioni eccessive. La chiave è il contesto: lo stesso dato ha peso diverso in IBS-C vs IBS-D, in un quadro con gonfiore predominante o con dolore centrale marcato. Per questo la lettura ideale avviene insieme a un professionista. Un kit come InnerBuddies offre report orientati all’azione: dal riepilogo dei biomarcatori alle leve pratiche (fibre specifiche, probiotici ceppo-specifici, timing dei pasti, gestione dello stress), così da trasformare le evidenze in cambiamenti sostenibili. Per molti pazienti, la maggiore chiarezza riduce ansia e iper-vigilanza sui sintomi, fattori che alimentano la sensibilità viscerale, creando un circolo virtuoso di comprensione e aderenza.

Verso la terapia personalizzata: dieta, probiotici, stile di vita

Tradurre un profilo microbico in terapia significa scegliere gli interventi giusti, nelle giuste dosi, al momento giusto. Sul fronte dieta, due principi guidano l’IBS: individualizzazione e progressività. Le diete low-FODMAP sono efficaci per ridurre gonfiore e dolore in molti, ma la fase di restrizione dovrebbe essere breve e seguita da reintroduzione sistematica per identificare i trigger personali. Il test può accorciare i tempi, indicando quali FODMAP sono più plausibilmente problematici e quali fibre supportano la produzione di SCFA senza generare eccesso di gas. Per esempio, un profilo povero di butirrato può beneficiare di amido resistente (banane acerbe, patate raffreddate, legumi ben gestiti) e beta-glucani (avena), mentre in caso di elevata fermentazione di fruttani conviene limitarli inizialmente e puntare su fibre alternative. I probiotici devono essere scelti per ceppo e obiettivo: alcuni Lactobacillus e Bifidobacterium hanno evidenze su dolore e gonfiore, specifici ceppi possono modulare transito e gas, mix multi-ceppo possono migliorare la resilienza. Il microbiome test indirizza la scelta: per scarsa diversità, optare per consorzi; per IBS-C con metano, associare probiotici a interventi su stile di vita (idratazione, attività fisica, ritmi evacuativi) e, se indicato dal medico, cicli mirati. I prebiotici (inulina, GOS, FOS) sono utili ma devono rispettare la tolleranza: dosi troppo rapide scatenano meteorismo; iniziare basso e salire gradualmente. Polifenoli (tè verde, cacao, frutti di bosco), spezie e cibi fermentati possono sostenere e modulare il microbiota, ma anche qui la personalizzazione è fondamentale, specie se vi sono segnali di sensibilità a istamina. Lo stile di vita è il terzo pilastro: sonno regolare, gestione dello stress (respirazione diaframmatica, CBT, mindfulness), attività fisica moderata e costante, tempi di digiuno notturno adeguati migliorano motilità, asse cervello-intestino e resilienza microbica. Integrare tutto questo in un piano scritto, con metriche (scala del Bristol, diario dei sintomi, qualità di vita), massimizza l’aderenza. Ripetere il test del microbioma dopo 10-12 settimane valuta la risposta biologica, utile se i sintomi migliorano parzialmente o se si pianifica il passaggio da gestione a mantenimento. Infine, ricordiamo che alcuni farmaci (antibiotici, inibitori di pompa protonica) alterano il profilo microbico: pianificare timing e contromisure (probiotici evidence-based, dieta) riduce gli effetti collaterali e favorisce il ritorno all’equilibrio. La terapia personalizzata è un cantiere aperto: il test offre coordinate, ma il percorso è co-costruito con professionisti e calibrato sulla tua esperienza.

Quando fare il test, come scegliere il kit e cosa aspettarsi

Il momento giusto per un test del microbioma è quando i sintomi persistono nonostante interventi generici o quando vuoi impostare fin da subito un approccio personalizzato, evitando mesi di tentativi. È particolarmente utile se: - hai IBS diagnosticata e stai pianificando un percorso dietetico e probiotico mirato; - presenti stipsi resistente o diarrea ricorrente non spiegata da altre patologie; - hai già provato una low-FODMAP ma vuoi rifinire la reintroduzione; - desideri monitorare l’impatto di un cambio alimentare, un ciclo di probiotici o un intervento sullo stress. La scelta del kit conta: valuta metodologia (16S vs metagenomica), qualità dei database, chiarezza del report, presenza di indicazioni pratiche e supporto professionale. Un’opzione completa è il test del microbioma intestinale InnerBuddies, che unisce facilità di campionamento a domicilio, analisi affidabile e suggerimenti alimentari utilizzabili con il tuo nutrizionista. Cosa aspettarti? Una raccolta semplice, tempi di laboratorio tipicamente di 2-4 settimane, un report che riassume diversità, taxa chiave e funzioni, e raccomandazioni su dieta e integratori da discutere con i professionisti. È importante impostare aspettative realistiche: il test non “guarisce”, ma aiuta a capire dove intervenire con maggiore probabilità di successo, riducendo i giri a vuoto. Privacy e trasparenza sono aspetti non negoziabili: scegli fornitori con policy chiare sull’uso dei dati e sulla sicurezza. Quanto spesso ripetere il test? Dipende dagli obiettivi: per monitoraggio di un intervento mirato, 8-12 settimane sono un buon intervallo; per follow-up a lungo termine, ogni 6-12 mesi, oppure al variare di dieta, farmaci o sintomi. Infine, ricorda il contesto clinico: bandiere rosse richiedono subito il medico; se sospetti celiachia, IBD o SIBO, vanno eseguiti i test appropriati. Il microbioma è un tassello della tua salute intestinale: usarlo con metodo significa combinare scienza, buon senso e personalizzazione.

Key Takeaways

  • L’IBS è una diagnosi clinica: il microbiome test non la sostituisce, ma fornisce biomarcatori utili per la personalizzazione terapeutica.
  • Pattern ricorrenti includono bassa diversità, ridotta potenzialità di produzione di SCFA, aumento dei metanogeni (IBS-C) e segnali di solfuro-produttori o alterazioni degli acidi biliari (IBS-D).
  • Il valore pratico è ridurre il trial-and-error: grazie al profilo, si scelgono fibre, probiotici e strategie più adatte, rispettando la tolleranza individuale.
  • Il report ideale collega dati a scelte concrete e misurabili, integrandosi con il supporto di medico e nutrizionista.
  • Le diete low-FODMAP vanno personalizzate e seguite da reintroduzione: il test aiuta a mirare le esclusioni senza eccessi.
  • Lo stile di vita (sonno, stress, attività fisica) modula asse cervello-intestino e resilienza microbica: va sempre incluso nel piano.
  • Ripetere il test a 8-12 settimane dopo interventi mirati consente di verificare la risposta e consolidare i risultati.
  • Scegli kit affidabili con analisi robuste e report chiari, come il test del microbioma InnerBuddies, per passare dai dati all’azione.

Domande e risposte

Il gut microbiome test può diagnosticare l’IBS?
No. La diagnosi di IBS è clinica e si basa sui criteri di Roma e sull’esclusione di altre patologie. Il test del microbioma è complementare: evidenzia disbiosi e funzioni alterate associate ai sintomi, utili per personalizzare dieta, probiotici e stile di vita. Va interpretato insieme a professionisti.

Quali sono i marker più utili per collegare microbiota e IBS?
Diversità alfa, potenzialità di produzione di SCFA (soprattutto butirrato), abbondanza di metanogeni (per IBS-C), segnali di produttori di solfuro (per IBS-D) e profili del metabolismo degli acidi biliari. Anche capacità di degradazione dei FODMAP e vie del triptofano sono informative. L’insieme, non il singolo dato, guida le scelte.

Il test aiuta davvero a scegliere i probiotici?
Sì, se il report è chiaro e ceppo-specifico. Sapere se la diversità è bassa o se mancano funzioni chiave orienta verso consorzi o ceppi con evidenze per dolore, gonfiore o transito. La risposta è individuale: si inizia con obiettivi e tempi definiti, monitorando sintomi e tolleranza.

Esiste un profilo microbico “tipico” dell’IBS?
Esistono pattern associati, ma non un’impronta universale. IBS è eterogenea: due pazienti possono avere profili diversi e medesimi sintomi, o viceversa. Per questo il test è più utile nella personalizzazione che nella classificazione pura.

Che differenza c’è tra 16S e metagenomica shotgun?
Il 16S identifica soprattutto a livello di genere con costi contenuti; la shotgun offre maggiore risoluzione su specie e funzioni, ma è più costosa. Per IBS, la capacità di stimare funzioni (SCFA, gas, acidi biliari) è spesso decisiva per tradurre dati in azioni pratiche.

Quando conviene ripetere il test?
Dopo 8-12 settimane da un intervento mirato (dieta, probiotici, gestione stress) per valutare se il profilo si muove nella direzione attesa. Per stabilità a lungo termine, ogni 6-12 mesi o in caso di cambiamenti importanti di terapia, dieta o sintomi.

Il test è utile anche se ho sintomi lievi?
Può esserlo se desideri un approccio preventivo e personalizzato. Con sintomi lievi, il test aiuta a ottimizzare dieta e stile di vita evitando restrizioni inutili. Tuttavia, in assenza di disturbi, non è obbligatorio: la scelta dipende dagli obiettivi.

Come si integra con la dieta low-FODMAP?
Aiuta a decidere quali FODMAP limitare e quali fibre privilegiare, riducendo la fase di restrizione globale. Dopo la reintroduzione sistematica, i dati guidano un piano sostenibile, minimizzando recidive e carenze nutrizionali. La collaborazione col nutrizionista è chiave.

Se ho IBS-C e metano elevato, cosa cambia?
Il metano è associato a motilità rallentata. Oltre a dieta e fibre ben tollerate, si valutano strategie per ridurre gas metanogenico e ottimizzare il ritmo intestinale. In casi selezionati, il medico può considerare terapie mirate; il monitoraggio con diario dei sintomi resta essenziale.

Ci sono rischi o limiti nel fare il test?
Rischi fisici no, è non invasivo. I limiti sono interpretativi: evitare conclusioni assolute, ricordare che il microbiota è dinamico e che correlazioni non implicano causalità. Scegli fornitori trasparenti e integra i risultati con la valutazione clinica.

Posso acquistare un test affidabile a domicilio?
Sì, esistono kit a domicilio di qualità con report utilizzabili nella pratica. Un esempio è il test del microbioma InnerBuddies, che offre analisi affidabili e suggerimenti alimentari abbinabili al consulto con medico e nutrizionista.

Quanto contano stress e sonno rispetto al microbiota?
Molto. Asse cervello-intestino, stress, qualità del sonno e attività fisica influenzano sia i sintomi sia il microbiota. Un piano efficace integra alimentazione, probiotici e interventi sullo stile di vita, perché agiscono in sinergia nel ridurre dolore, gonfiore e irregolarità dell’alvo.

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